Edward Hopper @Roma: Mostra al Vittoriano

Ciao a tutti! 

La lista degli articoli da pubblicare è lunghissima, ma oggi sono stata FINALMENTE dopo mesi di trepidante attesa alla mostra di Edward Hopper, le cui opere più importanti sono esposte al Museo del Vittoriano di Roma fino al 12 Febbraio 2017. Il biglietto ridotto per gli studenti universitari è di 6 euro, e non potevo lasciarmi sfuggire uno dei miei pittori americani preferiti! Per questo ho deciso di parlarvi in breve della mostra creando al contempo un percorso per farvi conoscere meglio questo artista straordinario. Innanzi tutto, introduciamo l’artista: Edward Hopper nasce il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson, in una colta famiglia borghese americana.
La sua città è legata alla industria cantieristica di diporto e Hopper, dopo il liceo, esamina la possibilità di diventare architetto navale, ma i suoi genitori lo convincono a studiare Design Commerciale, per sfruttare le innate capacità illustrative che già da ragazzo aveva espresso.
Dopo un anno in un college locale, nel 1899 si iscrive al New York Institute of Art, dove Hopper è studente di William Merritt Chase (1849-1916), John Sloan (1871-1951) e Robert Henri (1865-1929), legati alla Scuola Ashcan di New York City, prestigioso istituto che ha sfornato, nel tempo, alcuni dei nomi più importanti della scena artistica americana.
Nei sei anni di studio, Edward Hopper ha occasione di riprodurre, con i suoi compagni di studio George Bellows e Rockwell Ken, modelli dal vivo.
Il clima stimolante della scuola, i dibattiti artistici fra studenti ed insegnanti, esortano il giovane Hopper a fare scelte coraggiose, sfidando la tradizione del mondo dell’arte dopo aver ben studiato e copiato le opere esposte nei musei ed aver indagato sulla vita gli autori. Il 1906 è un anno cruciale: in quest’anno infatti intraprende un viaggio in Europa, visitando Parigi, dove trascura le opere di Picasso e degli altri pittori contemporanei, per studiare i dipinti di Rembrandt ed in particolare le scene parigine dell’incisore francese, Charles Meryon, che influenzeranno il suo stile. Affascinato dalla vita notturna dei Cafè parigini e dell’atmosfera dilatata e sospesa che aleggia nella Ville Lumiére, è in questo periodo che Hopper sforna alcune delle sue opere più belle.

Edward Hopper, Le Bistrot (1909), olio su tela (qui l’autore crea un’atmosfera tipicamente parigina, che ha come protagonisti una coppia che, in totale intimità, si gode una bellissima giornata di sole all’esterno di un cafè)

Edward Hopper, Soir bleu, 1914, olio su tela (Questo dipinto benchè risalente al 1914, e dunque anni dopo l’esperienza parigina dell’autore, rimanda chiaramente alle atmosfere che Hopper sperimentò durante la sua permanenza a Parigi. In particolare, in quest’opera appare evidente come dai personaggi, tra cui spicca un pierrot e una donna pesantemente truccata. Dal pierrot emerge una sorta di inquietudine e solitudine tipica dei personaggi hopperiani, che sembrano sempre slegati l’uno dall’altro.)

Dopo il suo ritorno dall’Europa, Hopper apre il suo studio a New York City dove dipinge la vita delle strade di città e scene di caffè, continuando a fare il pubblicitario come free-lance per pagarsi le spese. Nel 1907, torna in Europa per visitare Londra, Berlino e Bruxelles dove lo stile del pittore matura gradualmente verso una sua originale visione del mondo. Nei suoi quadri che rappresentano esterni urbani, inserisce un unico personaggio, solo e distaccato fisicamente e psicologicamente, come se vivesse in una dimensione isolata. 

Edward Hopper, Automat (1927), olio su tela

A New York, partecipa ad una mostra di controtendenza organizzata da Henri presso l’Harmonie Club, ma non vende niente e nessuno si occupa del suo lavoro; perciò torna a Parigi dove si ferma per sei mesi a dipingere Saint-Gemain e Fontainebleau.
A questo punto la personalità artistica del pittore ha raggiunto una sua completezza, sia dal punto di vista dei colori, che della luce, usati in modo originale e ormai riconoscibile.
Lo studio degli impressionisti, in particolare di Edgar Degas, gli infonde il gusto per la descrizione degli interni e delle inquadrature di tipo fotografico.

Edward Hopper, Summer interior (1909), olio su tela (qui emerge il solito senso di solitudine, probabilmente in questo caso in seguito ad un atto sessuale, dei protagonisti hopperiani.)

Edward Hopper, New York Interior (1921), olio su tela

Nel 1912 Hopper, in vacanza a Gloucester, nel Massachusetts, dipinge il suo primo faro (i fari eserciteranno sull’artista sempre un fascino incredibile), ed una bella serie di paesaggi all’aperto, ispirato dalla pittura “en-plein-air” dei pittori impressionisti. Durante questi anni di fatica per affermarsi come pittore, Edward Hopper continua a lavorare nel mondo delle illustrazioni pubblicitarie che gli assicurano una certa stabilità economica, e tra il 1915 e il 1923 Hopper affianca alla pittura anche l’incisione, eseguendo puntesecche e acqueforti, grazie alle quali otterrà numerosi premi e riconoscimenti, anche dalla National Academy.
La sua posizione di membro del Whitney Studio Club, il più vitale centro per gli artisti indipendenti, i successi ottenuti con mostre di acquerelli (1923) e di quadri (1924), fanno di lui uno dei maggiori caposcuola dei Realisti Americani ; la vendita delle sue opere gli permettono di vivere solo con il suo lavoro di pittore e di abbandonare la pubblicità.
Nel 1929, il MoMa di New York espone le sue opere nella mostra intitolata “Dipinti di diciannove artisti americani viventi”; in questo periodo della Grande Depressione il pittore comincia a dipingere immagini tristi.

Edward Hopper, faro a due luci (1929), acquerello e grafite su carta.

Edward Hopper, The Sheridan Theatre (1927), olio su tela (la passione per gli interni, che saranno sempre caratterizzati da toni più scuri e cupi rispetto agli esterni, sono una grande passione di Hopper, sin dai primi dipinti)

Ma è negli anni 40, 50 e 60 che Hopper, ormai artista americano affermatissimo, produce le sue opere più rappresentative, quelle che tutti almeno una volta nella vita abbiamo visto e che esprimono finalmente al 100% le due passioni più grandi dell’autore: il cinema e la luce. Hopper infatti è celebre per aver dato larghissimo spazio alla luce nelle sue opere rappresentanti ambienti esterni, la cui inquadratura spesso ricorda molto i fotogrammi cinematografici del tempo, così come gli stessi soggetti sembrano attori catturati dall’occhio attento di una telecamera nascosta da qualche parte nella scena. Importante in questo periodo il rapporto con la moglie, Josephine “Jo” Hopper (che sposa nel 1924) pittrice anche lei, con la quale Hopper vive non pochi momenti di crisi.

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Edward Hopper, Gas (1940), olio su tela (Uno dei dipinti più celebri dell’autore, che rappresenta una delosata stazione di benzina immersa in un ambiente boschivo ed impenetrabile. Da questa scena presero spunto diversi registi per la realizzazione dei loro film.)

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Edward Hopper, South Carolina Morning (1955), olio su tela (una donna probabilmente afroamericana, che esprime solitudine e inquietudine, si affaccia all’ingresso di una casa immersa nel tipico paesaggio rurale americano tanto apprezzato da Hopper e presente in molte delle sue opere.)

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Edward Hopper, Second Story Sunlight (1960), olio su tela

Edward Hopper muore a New York il 15 Maggio 1967, lasciando all’umanità un vastissimo tesoro fatto di acquerelli, disegni a carboncino, schizzi (che ho potuto personalmente ammirare nel corso della mostra!) e dipinti di geniale maestria. Il nostro viaggio nelle campagne newyorchesi e nei cafè parigini termina qui! Vi lascio a qualche foto scattata da me durante la mostra 🙂

 

Ora però vorrei un vostro parere! Vi piace Hopper? 🙂

Alla prossima 

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3 pensieri riguardo “Edward Hopper @Roma: Mostra al Vittoriano

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