Effetto spettatore: chi è il vero carnefice?

Se c’è una cosa che ho sempre odiato dal più profondo del mio cuore, questa è la cattiveria. Non necessariamente quella del nostro immaginario collettivo, quella fatta di schiaffi, di botte, di insulti, no. O meglio, quella è forse la forma di cattiveria più immediata, più visibile e, ovviamente, la più condannata.

Ma non è di questo che voglio parlarvi oggi. Un articolo pubblicato dal blog “La mente è meravigliosa”, ha stimolato una mia riflessione, che in realtà è già ben radicata nel mio modo di pensare da un bel po’ di anni. Nell’articolo si fa riferimento a quella cattiveria “meno evidente”, meno prorompente, meno responsabile. Se Albert Einstein diceva, come riportato dall’articolo stesso, che “Il mondo non è minacciato dalle persone cattive, ma da tutti quelli che permettono la cattiveria”, io vi dico che questo fenomeno di subire passivamente la cattiveria fatta agli altri è stato studiato e ristudiato, tanto da identificare un tipo di comportamento che, a quanto pare, si ripete in maniera più o meno grave.

Quante volte, vi chiedo, abbiamo assistito a scene di violenza senza muovere un dito, quante volte ci siamo voltati dall’altra parte perché, in fondo, QUELL’ATTO DI VIOLENZA NON ERA RIVOLTO A NOI, NON CI RIGUARDAVA? Quante volte siamo stati coinvolti in diffamazioni, insulti, calunnie e dicerie a discapito degli altri e non solo non abbiamo fatto niente per impedirlo, ma ne abbiamo, sebbene in maniera indiretta, addirittura preso parte? A causa della mia indole profondamente buona, mi sono sempre schierata dalla parte dei più deboli, ho sempre disprezzato le dicerie e i pettegolezzi, e non ho mai permesso a nessuno di praticare violenza davanti ad un altro essere umano in mia presenza. Non c’è cosa che mi faccia soffrire tanto quanto l’accanimento verso una persona che non può, o non sa, difendersi. Ma quanto conta veramente l’esporsi, se si è soli contro un branco di ingiusti, di meschini, di ignavi? Perché c’è gente che si volta dall’altra parte?

Il vero carnefice, non siamo forse noi quando permettiamo ad una persona di accanirsi contro un’altra?

Questo fenomeno ha un nome. Si tratta del poco conosciuto “effetto spettatore” o “apatia dello spettatore“, ed è un fenomeno psicologico sociale che si riferisce ai casi in cui gli individui non offrono nessun mezzo d’aiuto a una vittima quando sono presenti altre persone. La probabilità dell’aiuto è inversamente correlata al numero degli spettatori. In altre parole, maggiore è il numero degli spettatori, minore è la probabilità che qualcuno di loro aiuterà.

Ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta e di quali meccanismi ci sono dietro, partendo dal caso più eclatante che si sia mai verificato.

Il caso Kitty Genovese

Kitty Genovese,di New York, gestisce un bar e vive con la sua compagna in un appartamento nel Queens. La notte del 13 marzo 1964, rientrando a casa, viene pugnalata alle spalle da Winston Moseley. I vicini dalle loro case gridano qualcosa all’aggressore, che in un primo momento si allontana. Poco dopo, Moseley torna a cercare la giovane, la trova agonizzante e la uccide. Questo caso di cronaca nera suscita scalpore nell’opinione pubblica per un risvolto particolarmente inquietante: si stima difatti che 38 persone abbiano assistito all’aggressione, ma nessuno è intervenuto. Sebbene l’aggressore abbia impiegato più di mezz’ora per uccidere la vittima, le persone che hanno assistito al crimine dalle loro abitazioni non sono scese in strada a prestare soccorso. I vari opinionisti cercano di motivare tale comportamento con concetti come “decadenza morale”, “deumanizzazione provocata dall’urbanizzazione”, “alienazione” e via dicendo. Milgram e Hollander (1964) affermano che la persona che assiste a una situazione di emergenza, come un’aggressione, vive un conflitto interiore: da un parte vi sono le norme morali che impongono di aiutare il prossimo, dall’altra parte sussistono paure più o meno razionali relative a cosa potrebbe succedereDarley e Latané, due psicologi sociali, approfondiscono questo fatto. La loro opinione è che in alcuni casi le norme morali siano indebolite da altri fattori, ad esempio la presenza di altri osservatori. Questo porta a due conseguenze: la diffusione della responsabilità (così come della potenziale vergogna per non essere intervenuti) e il lecito dubbio che qualcun altro si sia già mosso per cercare aiuto, pur non avendone la certezza. Con questi presupposti, emerge una chiara ipotesi: più persone assistono a un’emergenza, più si riscontra la probabilità che ogni spettatore non intervenga o lo faccia più lentamente.

Questo è solo uno dei tanti casi ed esperimenti realizzati per confermare l’esistenza di questa vera e propria “sindrome collettiva”. Ho voluto parlarvene perché, purtroppo, l’effetto spettatore è talmente radicato nell’animo umano da creare danni irreparabili.

Fonti: http://www.stateofmind.it/2016/03/effetto-spettatore-milgram-psicologia-sociale/

https://lamenteemeravigliosa.it/cattiveria-sguardi-vedono-non-fanno/

Vi lascio, per ultimo, un video che mette bene in luce l’argomento.

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